Salvare i denti naturali invece di estrarli: due casi studio

Da cinquant’anni, la nostra filosofia si basa su un principio semplice ma non scontato: quando è possibile, il dente naturale va salvato, non sostituito. 

Le storie di Stefania e di Antonio arrivano da epoche diverse e da problemi diversi, eppure condividono la stessa scelta di fondo: cercare la strada che permetta di conservare ciò che è naturale. 

Stefania: un canino salvato grazie alla chirurgia endodontica

Il contesto è quello di un’odontoiatria ancora in epoca analogica. Stefania, nostra paziente dal 1985, aveva già eseguito altrove diversi lavori: le problematiche erano relative proprio a questi trattamenti endodontici che non erano stati eseguiti in maniera adeguata, causando lo sviluppo di granulomi, evoluti in ascessi. 

La bocca presentava ponti nuovi e belli, ma Stefania aveva difficoltà con la masticazione: a causa della presenza di piccoli ascessi non riusciva a fare pressione e a usare correttamente i denti per mangiare. 

Chirurgia endodontica per mantenere una protesi

Una strategia poteva essere quella di rifare tutto il lavoro con un investimento di tempo e denaro molto elevato.

L’alternativa era usare una tecnica chirurgica che permettesse il mantenimento del lavoro protesico.

Si trattava di uno dei “cavalli di battaglia” del dottor Gianfranco: una tecnica imparata negli Stati Uniti negli anni ‘80, appena prima che Stefania entrasse in cura nello studio Vignoletti.

La scelta della chirurgia endodontica 

Nello specifico, il dente in questione era un canino. E oggi, dopo quarantun anni, è ancora in bocca. 

Come siamo riusciti a preservare questo dente? La scelta della chirurgia endodontica, completata con la chiusura del canale per via retrograda nel ‘93, si è rivelata la strada giusta.

Il dente presentava una frattura: una crepa all’interno della radice che è stata eliminata creando un sigillo che ha permesso al dente di guarire.

Il risultato: un dente ancora in funzione dopo 41 anni

Nel 2021 il dente dietro quello trattato è stato sostituito con un impianto, poiché si era fratturato, ma il canino era ancora in bocca e svolgeva le sue regolari funzioni estetiche e masticatorie.

Sempre in questi ultimi anni, è stato necessario effettuare un’altra sostituzione implantare, eppure il canino è ancora presente, in totale funzione estetica e del tutto asintomatico, anche nel 2026.

Una riflessione che la storia di questo canino ci invita a fare riguarda il valore della conservazione: cercare di salvare il dente attraverso un’ulteriore terapia è quasi sempre la soluzione migliore, un principio che fa parte della nostra filosofia fin dal 1976.

Antonio: dai ponti circolari alla riabilitazione implanto-protesica

Questa è la storia di Antonio: 75 anni e un lavoro protesico, effettuato sia sui denti superiori che inferiori, portato avanti per molti anni.

Tuttavia, la situazione non è sempre stata rosea. Il lavoro, infatti, è andato avanti per lungo tempo in condizioni normali e poi, con il passare degli anni, forse complice anche il mantenimento domiciliare non del tutto corretto, il trattamento non ha più dato il risultato desiderato.

Parodontite e perdita ossea dopo decenni di protesi fissa

I ponti in questione si chiamavano circolari. Era una strategia terapeutica che si utilizzava molto negli anni ‘80 e consisteva nell’unire tutti i denti attraverso una protesi fissa circolare, superiore e inferiore. 

Questo lavoro, dopo tanti anni, ha iniziato a mostrare dei problemi, tanto da impedire ad Antonio di mangiare correttamente.

Questo era il quadro quando Antonio si è presentato da noi in studio.

A una prima analisi l’impressione era che i ponti fossero decementati. Invece attorno ai denti, si era creato un problema di parodontite, o piorrea, che aveva fatto riassorbire tutto l’osso di sostegno, provocando la mobilità dei denti.

Ricostruzione funzionale ed estetica, arcata per arcata 

La richiesta di Antonio era, ovviamente, di ripristinare la funzione e mantenere l’estetica. 

Quello che abbiamo deciso di fare, nonostante la grande quantità di osso perso per il processo infiammatorio dovuto alla parodontite, è stato agire prima sulla parte inferiore e poi su quella superiore, per trattare anche il lato estetico.

Quindi è stato rimosso il circolare inferiore e gli elementi dentari. Abbiamo poi posizionato gli impianti con sufficiente stabilità per sostenere anche una protesi provvisoria che ha ripristinato nell’immediato l’estetica.

Per l’arcata superiore, invece, la situazione è stata un po’ diversa: tutti i denti erano persi, a parte i due canini.

Proprio questi due denti ci hanno permesso di mantenere un ponte provvisorio per nove mesi: il tempo necessario per ricostruire tutto l’osso che mancava nei settori posteriori e anteriori e posizionare gli impianti.

Propriocezione ed estetica: l’importanza di preservare i denti naturali 

I canini che sostenevano il ponte sono stati mantenuti all’interno del lavoro protesico completo.

Perché? In primis sono due denti che ci hanno permesso di portare avanti il lavoro e di conservare estetica e funzione. Inoltre, la strategia era incentrata sul mantenimento della propriocezione.

Va specificato che il dente, al confronto di un impianto, ha una sensibilità propriocettiva dieci volte superiore. Quindi la propriocezione al momento della masticazione è molto superiore quando si riesce a mantenere i denti naturali.

Due pazienti, due epoche, due problemi diversi. Ma un’unica filosofia di cura, che guida il nostro studio da cinquant’anni: salvare il dente naturale ogni volta che è possibile, prima di pensare alla sostituzione.